Paolo Attivissimo: dai complottismi alle libertà digitali

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intervista a cura di Elitre

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lunedì 21 gennaio 2008

Quante volte ci è successo di non trovarci impreparati davanti all'ennesima catena di S.Antonio o a un bizzarro tentativo di phishing? Quante volte abbiamo pazientemente passato a parenti e amici il permalink dell'ultimo post del Disinformatico, pregandoli di non diffondere mai informazioni non verificate, o almeno di imparare a non lasciare il nostro indirizzo email in chiaro? Wiki@Home ha fatto quattro chiacchiere virtuali con chi da anni ci permette tutto questo: Paolo Attivissimo, lo "sceriffo" della corretta informazione in Rete, e presunto responsabile della morte per freddo di un ragazzo russo, Valentin, che oggi si fa chiamare Elena...

Microbiografia

Paolo Attivissimo, classe 1963, è nato a York e risiede oggi in Svizzera, con moglie, figli, gatti e un numero imprecisato di computer. Giornalista, traduttore e divulgatore informatico, ha scritto diversi libri di informatica. Gestisce il sito attivissimo.net, che ospita un noto servizio antibufala, e da diverso tempo ha anche un visitatissimo blog. Ha collaborato con diverse riviste informatiche online e cartacee, e ha al suo attivo numerosi servizi radiotelevisivi svizzeri e italiani. Negli ultimi mesi ha partecipato alla trasmissione di Canale 5 Matrix presentando le sue ragioni per smontare la tesi del complotto nell'ambito degli attentati dell'11 settembre 2001; dati riproposti in un blog collettivo e in un libro di recente uscita di cui è coautore.

Il primo contatto

 
Laurentius incontra Paolo Attivissimo

Questa è la prima parte di un'intervista-fiume da noi fortemente voluta. Abbiamo rincorso telematicamente Paolo per settimane e alla prima occasione in cui lo abbiamo incontrato dal vivo, il Linux Day 2007 a Cinisello Balsamo (cui si riferisce quest'immagine), ci siamo fatti promettere so-len-ne-men-te che avrebbe risposto a "qualche domanda". Qualche settimana di attesa, ma alla fine il nostro ha ampiamente soddisfatto ogni curiosità...

L' intervista

11 settembre e altri “complotti”

 
Le Torri Gemelle subito dopo gli attentati

W@H: Hai spesso ribadito che l'argomento 11 settembre in sé non ti interessava più di tanto, ma poi tu e altri vi siete impegnati a fondo perché le spiegazioni alternative sul cosa è accaduto davvero quel giorno non prevalessero sui dati oggettivi di cui si dispone finora. Adesso che almeno il lavoro per il libro è terminato, ci riassumi la tua posizione e le tue impressioni sull'intera vicenda?

Attivissimo: In estrema sintesi: è andata come ci racconta e documenta la ricostruzione tecnica realizzata dagli esperti di settore, che è assai più dettagliata di quella che viene spesso impropriamente definita versione "ufficiale" (manco fosse una velina di governo) ed è sintetizzata nei rapporti della Commissione governativa sull'11/9. Ci sono dei dettagli secondari da chiarire o desegretare, ma l'impianto generale della vicenda è ineludibile.
Le "spiegazioni alternative" non sono in realtà spiegazioni: appena vengono esaminate, rivelano enormi lacune e incoerenze, condite da una buona dose di incompetenza tecnica e qua e là da vere e proprie invenzioni.
La vicenda degli attentati è in sé scioccante, tragica, terribile nelle sue conseguenze immediate sulle vittime e sui loro famigliari, ma anche nelle ripercussioni spesso assurde e paranoiche che ha avuto sulla nostra vita quotidiana. Penso solo, per restare strettamente in ambito informatico senza sconfinare nella politica, agli effetti della legge Pisanu che ha reso impossibile l'apertura delle reti wifi ad accesso libero, che avrebbero potuto far fare all'Italia un balzo tecnologico e culturale paragonabile a quello conseguito da altri paesi che hanno evitato queste illusioni di sicurezza. Nessun terrorista, che io sappia, è stato preso grazie alla Pisanu; in compenso, milioni di utenti non possono beneficiare di un accesso wifi libero a Internet nei bar, ristoranti, parchi, piazze d'Italia. E così stiamo tutti rintanati in casa a navigare invece di socializzare insieme alla Rete.
 
Lo schianto sul Pentagono (fronte)
L'argomento 11/9 non mi interessava particolarmente all'inizio: ho liquidato (forse ottimisticamente) le teorie cospirazioniste comparse subito dopo gli attentati come l'ennesimo delirio tipico di una mentalità paranoica molto popolare su Internet. Mi sembravano, francamente, troppo ridicole perché potessero far presa. Ma poi è scoppiato in Francia il fenomeno Thierry Meyssan, che ha incassato un milione di euro soltanto nel primo anno di vendite dei suoi libri (che sostengono che il Pentagono non è stato colpito da un aereo di linea, ma da qualcos'altro che cambia da un libro all'altro) e ha causato un enorme clamore pubblico rivelando la diffusa diffidenza verso il governo degli Stati Uniti d'America (diffidenza peraltro obiettivamente non immeritata), e la cosa ha iniziato a intrigarmi. Come era possibile che la gente abboccasse a teorie così strampalate?
 
Lo schianto sul Pentagono (dall'alto)
Così ho pubblicato, nell'ambito del mio Servizio Antibufala, una prima mini-indagine sulle affermazioni di Meyssan, ritenendo (sempre ottimisticamente) che la faccenda fosse una bufala come tante altre e sarebbe finita nel nulla come tanti altri casi analoghi: boom editoriale seguito dal dimenticatoio, come avvenuto per Charles Berlitz per il Triangolo delle Bermuda o i vari libri di "spiegazioni alternative" per gli sbarchi umani sulla Luna, per l'omicidio Kennedy o per la morte di Elvis Presley.
Mal me ne incolse. Cominciai a ricevere insulti e critiche dai tanti complottisti che, pur riconoscendomi la validità dei metodi che avevo usato per le altre indagini antibufala e che avevo applicato pari pari all'11/9, mi dicevano che stavolta stavo sbagliando perché ero "servo dei servi", "schiavo di Bush" e altre finezze irriferibili. Pazienza: le mie indagini attirano spesso epiteti poco eleganti da parte di una frangia eccentrica degli internauti.
Il vero problema nacque quando il blog di Beppe Grillo pubblicò la lettera di Giulietto Chiesa che sosteneva varie teorie cospirazioniste intorno all'11/9: la potenza mediatica di Grillo diffuse a macchia d'olio queste teorie e diede loro un'autorevolezza straordinaria, che fu ulteriormente amplificata dalla trasmissione Matrix.
E così, a malincuore e sapendo di andarmi a impegolare nella madre di tutte le indagini, ho chiesto l'aiuto di esperti italiani e stranieri di aviazione, antiterrorismo, chimica, fisica, ingegneria strutturale e balistica, e ho aperto il blog dedicato, Undicisettembre.info. Matrix mi ha poi chiesto di collaborare a una risposta tecnica alle teorie cospirazioniste e lo stesso ha fatto la casa editrice Terre di Mezzo, per la quale ho tradotto insieme ai colleghi di Undicisettembre l'indagine di "Popular Mechanics" sull'argomento. Poi anche il CICAP, da sempre interessato alle teorie cospirazioniste e alle leggende metropolitane di ogni genere, ha pensato di radunare i propri esperti e di invitarmi a scrivere un capitolo de "La Cospirazione Impossibile".
Tutto questo ha messo a disposizione del pubblico italofono una serie di dati e di nozioni tecniche che permettono a chi è veramente interessato a capire gli eventi di farsi la propria idea invece di subire passivamente quelle altrui, "ufficiali" o "alternative" che siano.
La mia impressione è che le teorie alternative sull'11/9 sono tecnicamente insostenibili, ma rivelano una questione psicologica di fondo molto importante: il grandissimo desiderio, forse catartico, di mistero. Come spiegano gli psicologi con i quali collaboro, è nella natura umana cercare per ogni evento cause proporzionate agli effetti. Facciamo fatica ad accettare che un cecchino possa abbattere un Presidente amato come Kennedy; che Elvis muoia soffocato dal proprio vomito; che diciannove terroristi ben addestrati, lautamente finanziati e assistiti e votati al suicidio, possano ottenere una devastazione così scioccante. Vogliamo credere che tutto questo non abbia spiegazioni così banali; vogliamo che abbia una spiegazione grandiosa. E così nasce la teoria della Grande Cospirazione.
Dico "catartico" perché in queste teorie alternative c'è un chiaro meccanismo di difesa e di negazione: se accettiamo che il terrorismo possa colpire come ha fatto l'11/9, ci troviamo esposti all'angoscia di sapere che potrà colpire ancora e che non possiamo fare nulla per fermarlo, come dimostrano gli attentati di Madrid e Londra; se crediamo che sia stata una vasta cospirazione ordita da Israele o dal governo Bush per ottenere un casus belli per l'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, possiamo illuderci che non ci saranno altri attentati, perché ormai lo scopo è stato raggiunto.
 
La Statua della Libertà e le Torri Gemelle fumanti
Non solo: immergersi nelle teorie cospirazioniste è un modo per sublimare lo shock degli attentati. Per esempio, i complottisti passano ore e ore a disquisire di velocità di crollo delle Torri Gemelle e di come potrebbero essere state minate di nascosto, e questo consente loro di non pensare alle centinaia di persone che si sono suicidate gettandosi dalle Torri, o ai passeggeri degli aerei, che hanno avuto la tragica consapevolezza di dover morire.
Confesso che anche per me lo studio dell'11/9 è un modo per cercare di venire a patti con il trauma (avendo visitato e amato New York e il World Trade Center, ho un legame a modo mio speciale con questi eventi); ma lo faccio come mio piccolo tributo alle vittime e ai soccorritori (molti dei quali morti nel tentativo di salvare altre vite), che i complottisti invece accusano di essere complici di strage e membri della cospirazione (o, in alcuni casi, di essere ancora vivi sotto falso nome).


W@H: Tanto per fare anche noi i malpensanti, supponiamo che alla fine tu ci guadagni dalla esistenza di queste tesi non ufficiali. Se nessuno avesse mai scritto libri (o girato film) che avanzavano la tesi del complotto, non sarebbe stato possibile un libro nel senso opposto! La nostra provocazione è la seguente: non sarà tutto un sistema nel quale le tesi complottistiche sono frutto di un complotto più grande, mirato a far vendere i libri che le smentiscono?

Attivissimo: Una teoria di complotto, anzi di metacomplotto, davvero elegante! E come tutte le buone teorie alternative, basata su un fondo di verità. Vorrei che fosse vera, perché noi debunker saremmo diventati tutti ricchi, ma i fatti sono ben altri.
Infatti la ribalterei: uno dei motori che ha alimentato il cospirazionismo, soprattutto negli Stati Uniti, è stato il business commerciale che gli è nato intorno: libri e DVD, ma non solo: spillette, magliette, orologi, cappellini e altra paccottiglia; più gli onorari dei guru del cospirazionismo per apparire alle conferenze (con ingresso a pagamento).
Sono insomma i prodotti cospirazionisti a vendere alla grande, mentre i testi di debunking (sbufalamento) conoscono fortuna assai minore. È inevitabile: le teorie cospirazioniste sono molto più seducenti delle ricostruzioni dettagliate e tecnicamente rigorose, spesso necessariamente pedanti. Per questo abbiamo scelto di distribuire gratuitamente via Internet gran parte delle nostre ricerche.
Certo, noi tutti abbiamo ricevuto un compenso per i libri che abbiamo tradotto o scritto, o per i filmati realizzati per Matrix, ma in parte l'abbiamo devoluto in beneficenza e in parte reinvestito in materiale di ricerca. I libri e DVD tecnici sull'argomento non sono regalati, né lo sono i viaggi per presenziare alle proiezioni dei film cospirazionisti o le lunghe ore passate a verificare i dati, a montare filmati e a leggere migliaia di pagine di rapporti tecnici.
Se si trattasse di un mero investimento economico, saremmo certo in perdita: ci vogliono giorni per scrivere una pagina di analisi tecnica, mentre una fantasia complottista s'inventa in tre secondi. Se avessimo voluto lucrare, sicuramente ci saremmo improvvisati anche noi complottisti.


W@H: Si direbbe, leggendoti, che oggi siano necessarie ben poche prove per fare scandalo, e inventarsi o costruirsi un complotto: bastano un foto/videomontaggio ben fatto e un tamtam mediatico innescato ad arte. In che modo si differenziano le ricerche tue e dei tuoi colleghi e i vostri libri da quelli dei complottisti (o dei bufalisti)? Perché dovremmo fidarci di certe persone e non di altre?

Attivissimo: Non è soltanto questione di fidarsi di certe persone: ci sono anche di mezzo dei fatti fisici inoppugnabili e verificabili. Certo, la prima e sostanziale differenza fra il nostro lavoro e quello dei cospirazionisti è che il nostro ha il sostegno dell'intera comunità tecnica: architetti, ingegneri strutturisti, analisti di scatole nere, esperti in demolizioni, medici legali. Nessun esperto di settore, invece, sostiene le teorie alternative. Gli "esperti" presentati dai cospirazionisti sono teologi (David Ray Griffin), filosofi (James Fetzer), addetti all'acqua potabile (Kevin Ryan) e così via. L'unico fisico che ha sposato le teorie cospirazioniste (Steven Jones) è un personaggio che sostiene di avere prove fisiche che Gesù, dopo la Resurrezione, ha fatto un viaggio in America. Un altro "esperto" complottista, David Shayler, è un ex agente dell'MI5, che però ora annuncia pubblicamente di essere il nuovo Messia. [1][2][3].
I fatti fisici sono numerosissimi: dati sismografici che dimostrano che il crollo delle Torri Gemelle non è stato preceduto dalle scosse tipiche delle esplosioni ed è durato molto più di quanto sostengono i cospirazionisti; colonne incurvate verso l'interno prima del crollo, cosa incompatibile con l'uso di esplosivi; reperti delle Torri, tuttora conservati, che mostrano segni di schiacciamento ma non di esplosione o fusione.
Ma la differenza chiave è la coerenza. La cosiddetta "versione ufficiale" è coerente, ed è una sola, supportata da una miriade di documenti di ogni genere, dalle ricevute delle scuole di volo frequentate dai dirottatori, alle testimonianze dei pompieri, ai tracciati radar, alle registrazioni delle comunicazioni radio dei dirottatori.
Invece le teorie alternative sono incoerenti e lacunose. Se è stato un missile a colpire il Pentagono, dove sono i suoi resti? Come ha praticato uno squarcio largo 35 metri? Come mai nessun testimone l'ha visto, mentre oltre 100 hanno visto un aereo? Se le Torri Gemelle sono state demolite, come è stato possibile collocare di nascosto, in un edificio frequentatissimo, tutte le cariche esplosive?
Le teorie alternative non riescono a spiegare tutti i dati. Non solo: si contraddicono a vicenda. Alcune sostengono che non c'erano dirottatori a bordo; altre dicono che i dirottatori c'erano. Alcune affermano che al Pentagono non c'era un aereo; altre dicono che al Pentagono gli aerei erano due, passati radenti. Dylan Avery ha cambiato versione degli eventi quattro volte nelle quattro edizioni del suo popolarissimo video "Loose Change".
E poi c'è un'altra differenza importante: i complottisti sono stati colti più volte a falsificare i dati. Il caso più emblematico è il foro d'impatto al Pentagono. Ancor oggi, molti cospirazionisti sostengono che sia largo cinque o sei metri, ma la serie completa di fotografie del foro (disponibile da anni, ma mostrata con estrema riluttanza dai cospirazionisti) mostra che lo squarcio era largo praticamente quanto le ali di un Boeing 757. Ma si potrebbe parlare anche del già citato Steven Jones, che ha presentato come "blocco di metallo fuso" (prova di cospirazione) quello che in realtà è un blocco di cemento e rottami pressati dal crollo, tuttora ispezionabile all'Hangar 17 dell'aeroporto JFK di New York. Se i complottisti sono, come dicono, devoti alla ricerca della verità, perché contano frottole?


W@H: Le teorie complottistiche hanno, a vostro avviso, molti punti deboli: ad esempio, nel presentare su Undicisettembre "Zerobubbole"[4], la trascrizione interamente commentata del video "Zero" di Giulietto Chiesa, gli contestate ben 60 errori. Ritieni allora che la versione ufficiale sia completamente credibile, o c'è qualcosa che non torna o non ti convince del tutto?

Attivissimo: La ricostruzione tecnica degli eventi, che distinguerei da qualsiasi sunto presentato come "versione ufficiale", è non solo credibile, ma documentata anche da fonti non governative e coerente oltre ogni ragionevole dubbio. È sufficientemente robusta da reggere l'esame in tribunale: ed è quello che ha fatto durante il processo antiterrorismo a Zacarias Moussaoui. Non si può dire altrettanto delle teorie alternative.
Premesso questo, ci sono comunque, come in qualsiasi indagine su un evento complesso, delle zone grigie, degli aspetti non chiariti o volutamente segretati. Esiste un filmato nitido dell'impatto al Pentagono? I piloti di linea furono uccisi subito, o fu uno di loro, a bordo del Volo 93, ad azionare brevemente il transponder (localizzatore) dopo che i dirottatori l'avevano spento? Dove sono ora i rottami degli aerei? Si può parlare di eccessiva disinvoltura delle norme edilizie ad hoc scelte per le Torri Gemelle? Cosa ha causato un lampo quando gli aerei hanno colpito le Torri?
Nessuna di queste zone grigie mette in dubbio la dinamica degli attentati, ma le reticenze dei militari e degli enti civili (documentate e spesso contestate vivacemente dalla Commissione d'inchiesta) sembrano ingiustificate e lasciano inevitabilmente spazio alle teorie cospirazioniste e pertanto sarebbe opportuno poterle chiarire.


W@H: Perché c'è ancora gente che non crede ad avvenimenti come le missioni lunari? Lo scetticismo è destinato a rientrare, man mano che emergono e circolano prove sempre più accurate, come le immagini ad alta definizione? Oppure è una sorta di gara a chi presenta gli elementi più schiaccianti, o cos'altro?

 
Modulo NASA
Attivissimo: La teoria che gli sbarchi umani sulla Luna siano stati falsificati in uno studio cinematografico ha basi psicologiche leggermente differenti dalle teorie cospirazioniste riguardanti gli eventi tragici. La diffidenza verso il governo USA (anche da parte dei suoi cittadini) è un ingrediente comune, ma in questo caso il complottista ambisce a sminuire le capacità tecniche e le risorse umane degli Stati Uniti, dicendo che era impossibile arrivare sulla Luna. In questo senso queste teorie lunacomplottiste sono più simili a quelle che asseriscono che le piramidi egizie non possono essere state realizzate da mano umana, ergo sono manufatti alieni. In entrambi i casi si tratta infatti di negare la capacità dell'uomo di realizzare grandi opere.
Le radici di questa negazione sono anche in questo caso nei processi di difesa contro la realtà messi in atto da alcune persone: se ammettiamo che gli sbarchi lunari sono autentici, dobbiamo ammettere che ora mancano la determinazione, il coraggio e lo spirito di corpo che vi furono allora e dobbiamo accettare che siamo degli smidollati che si contemplano l'ombelico, incapaci ad ambire a grandi imprese. Se affermiamo che fu tutta una messinscena, non dobbiamo fare quest'ammissione d'inettitudine in confronto alle glorie passate e la nostra visione pessimista del mondo è consolidata.
Non bisogna fare lo sbaglio di pensare che le teorie cospirazioniste abbiano basi razionali e possano essere smontate con il semplice ragionamento o l'esibizione di prove: ragionamento e prove bastano per chi è dubbioso (ed è a loro che è dedicato il lavoro di debunking), ma sono del tutto inutili contro chi è già paranoicamente convinto di avere la verità in pugno.
 
La famosa immagine del saluto alla bandiera USA
In questo senso, qualsiasi immagine ad alta definizione verrebbe liquidata dal vero complottista come l'ennesima falsificazione; per cui non c'è speranza di far cambiare idea a chi è schiavo di una vera e propria fissazione in cui ogni evento è interpretato a senso unico. Anzi, i lunacomplottisti hanno già messo le mani avanti, affermando che neppure una missione che li portasse fisicamente sui luoghi degli sbarchi a vedere gli oggetti e i veicoli lasciati sulla Luna dalle sei spedizioni Apollo sarebbe dimostrazione sufficiente: perché, dicono, gli oggetti potrebbero essere stati collocati in seguito e da sonde automatiche. Non c'è prova che tenga, contro un vero complottista: e questo è il sintomo più evidente del fatto che il cospirazionismo estremo è un disturbo psicologico, non un'opinione ragionata.

L'attività di divulgatore e la distribuzione di contenuti

W@H: Qual è il libro che hai scritto con più piacere? E poi, riuscirai a finire "Da Windows a Mac"?

Attivissimo: Il libro che scrivo con più piacere è sempre il prossimo che ho in mente di scrivere! In realtà, ogni libro è bello ed entusiasmante nella fase di preproduzione: quando nasce l'idea. Poi, quando dall'idea passo all'esecuzione pratica, inizia la sofferenza. Dato che scrivo nei ritagli di tempo, ogni progetto si dilata nel tempo in modo indecente. E siccome sono patologicamente pignolo, ogni frase mi costa tormenti di scrittura, riscrittura, cancellazione, e nuova stesura. Per poi buttare via tutto perché nel frattempo è diventato obsoleto.
"Da Windows a Mac" è emblematico di questo mio limite. Sono tre anni che sogno di scriverlo (ma il record di gestazione spetta a "Chicche Stellari", la compilation di tutti gli errori e le curiosità nascoste nella doppia trilogia di George Lucas: un progetto fermo alla raccolta di materiale da più di dieci anni). Ogni volta che mi dico che è giunto il momento, riesco a trovare una scusa per non imbarcarmi nell'impresa.
Devo dire, però, che l'esperienza degli articoli, dei capitoli e delle traduzioni per l'11 settembre mi ha permesso di affinare alcune tecniche di lavoro e di organizzazione della scrittura che rendono meno sofferta la produzione e quindi annacquano la mia riluttanza a mettere mano ai progetti. La novità più interessante è la produzione in proprio dei libri cartacei, tramite siti come Lulu.com: essere completamente svincolato da un editore e da un impaginatore (e dai revisori che a volte mi hanno massacrato le bozze, come quel Neuromancer citato in un capitolo sul movimento cyberpunk che fu trasformato in New Romancer) mi evita una serie enorme di sofferenze, e questo è un incentivo a prendere, prima o poi, il toro per le corna.
Questo è secondo me il futuro del libro: PDF distribuito online, gratis o meno, con copia cartacea (a pagamento, almeno al prezzo di costo dei materiali) per chi la desidera.


W@H: Cosa ne pensi della tendenza di Microsoft nell'introdurre nei suoi (nuovi) OS funzionalità e caratteristiche già sviluppate e introdotte da OS di altre società o organizzazioni, e del fatto che sia possibile installare i sistemi operativi Microsoft sui nuovi Mac (con processore Intel), ma che il contrario (OSX su PC) non sia (ancora) possibile? Quali sono le tue impressioni sulle nuove caratteristiche introdotte in Leopard, Mac OS X 10.5?

 
Un iMac G5
Attivissimo: Non c'è nulla di male (copyright e brevetti permettendo) nell'imitare quello che funziona nei prodotti altrui. Il problema è quando ci si rifiuta di imitare quello che funziona, o si pretende di "migliorarlo" introducendo qualcosa che crea un vincolo, un vendor lock-in, fra utente e fornitore di software. Questo è l'aspetto secondo me più criticabile e meno lungimirante della politica commerciale di Microsoft (e, in misura minore, di altri produttori, Apple compresa): l'incapacità di rendersi conto che il proprio software è valido abbastanza da poter competere senza il vantaggio sleale del vendor lock-in ottenuto tramite i formati proprietari, e anzi beneficerebbe enormemente dall'uso di formati aperti. Quanto sta costando a Microsoft, in termini d'immagine, la sua riluttanza ad abbracciare il formato OpenDocument, ormai standard ISO?
La possibilità di installare Windows su un Mac, in coabitazione (dual-boot) o in subaffitto (come sistema operativo ospitato, in Parallels e simili) è un grande bonus per chi viene dal mondo Windows e ha qualche applicazione o periferica che non riesce a migrare al mondo Mac. In questo modo l'utente Mac ha il meglio di entrambi gli universi. Però c'è il rischio che gli sviluppatori di software si impigriscano e non realizzino versioni Mac dei propri prodotti.
Per contro, la possibilità di installare Mac OS X su macchine non-Apple è stata dimostrata tecnicamente, sia pure con qualche acrobazia deterrente, ma è comunque di interesse limitato. Parte del segreto della stabilità di OS X deriva infatti dal fatto di girare su hardware ben preciso, a differenza degli altri sistemi operativi, che devono funzionare in un ambiente popolato da componenti e periferiche di ogni marca e di ogni qualità. Installare OS X su una macchina non-Apple significherebbe trovare una configurazione hardware perfettamente compatibile con quella Apple (cosa decisamente inverosimile nei laptop) e non avere alcuna garanzia di successo. Può essere interessante come sfida tecnica, ma nulla più.
Leopard è interessante, ma al momento in cui scrivo ha ancora qualche problema di dentizione superiore alla media delle release di OS X: per quel che mi riguarda, tengo Tiger almeno per qualche mese ancora, perché non trovo in Leopard funzioni così innovative e desiderabili da giustificare la migrazione.


W@H: Come da te riportato in "Da Windows a Linux", nel 1976 Bill Gates si lamentava della mancanza di software di qualità nell'ambito del software hobbistico, meglio noto oggi come software libero, in contrapposizione al software proprietario. Moltissime persone usano Windows, e comunque quotidianamente molti utenti usufruiscono di servizi proprietari on-line (ad esempio quelli di Google). Questa preponderanza statistica dimostra che Bill Gates, dunque, aveva ragione? In altre parole, per te il software libero, oggi o in un prossimo futuro, ha le qualità per essere diffuso quanto o più del software proprietario?

 
Screenshot del Writer di OpenOffice.org 2.0
Attivissimo: Certamente. Apache, il software sul quale gira metà dei server Web, è software libero. Firefox, il principale concorrente di Internet Explorer, è software libero. OpenOffice.org, popolare alternativa a Microsoft Office, è software libero, mantenuto e migliorato dalla comunità degli appassionati. Quindi è indiscutibile che si può sviluppare software di qualità senza necessariamente passare per le restrizioni di licenze proprietarie o per le imprese impostate in modo tradizionale. Non è la licenza d'uso più o meno restrittiva che determina la qualità del software. Ci sono ottimi programmi scritti secondo i principi del software libero e ci sono ottimi programmi proprietari.
Attualmente stiamo scontando gli effetti di un rapidissimo vendor lock-in realizzato con successo da Microsoft grazie ai suoi formati proprietari non documentati: per esempio, tutti usano Microsoft Word perché (non me ne vogliano gli amici di OpenOffice.org) ancor oggi l'unico modo per leggere affidabilmente un documento complesso scritto con Word è usare Microsoft Word. E a dire il vero, anche fra versioni differenti di Microsoft Word non c'è sempre intesa perfetta.
Man mano che il software si evolve verso l'uso di formati non proprietari (assai più interoperabili e vantaggiosi in termini di gestione per gli utenti, soprattutto per chi deve garantire l'accessibilità nel lungo periodo) e verso servizi via Web anziché programmi installati localmente, questo lock-in va scemando, nonostante le resistenze di chi si sente minacciato da questo cambiamento. In queste condizioni, il software libero è in grado di competere alla pari, in base soltanto alla qualità, senza l'handicap di non poter gestire i formati segreti della concorrenza.


W@H: Nel tuo sito, specifichi: <<concedo il permesso di libera ripubblicazione e ridistribuzione della newsletter[5] e dei contenuti di questo sito – ad alcune condizioni>>: quanto consideri importante che le informazioni possano essere ripubblicate e ridistribuite, sempre rispettando l'indicazione e il riconoscimento dell'autore e della sua volontà? Pensi che il diritto d'autore in Italia abbia bisogno di essere rivisto, sia per tutelare il diritto d'autore e sia per permettere una rete di scambi a norma di legge? (NdR: ad onor del vero, e ammettiamo di essere di parte nel dirlo, bisogna ricordare che lo stesso è supportato da una legge del 1941, quando non esistevano gli attuali supporti tecnologici). Domanda tendenziosa: non sarà che la legge attuale favorisce maggiormente la SIAE rispetto agli autori?

 
Il simbolo del copyleft
Attivissimo: La libera ripubblicazione è essenziale per la circolazione della conoscenza. Se l'attuale diritto d'autore fosse fatto valere rigorosamente, sul Web non ci sarebbero fotografie, perché ogni blog, sito aziendale o istituzionale dovrebbe chiedere il permesso scritto per ogni singola immagine (ammesso di riuscire a reperirne l'autore o il titolare dei diritti). Sarebbe un lavoro sfibrante che produrrebbe un bavaglio paragonabile a una censura. Per questo ho scelto di pubblicare tutto il mio materiale sotto una licenza che concede automaticamente il permesso di ripubblicazione. Lo scopo di uno scrittore è farsi leggere il più possibile, in fin dei conti, perché ritiene di avere qualcosa di interessante da dire. Lucchettare i propri pensieri tramite il diritto d'autore va contro questo principio di base.
Sì, certamente il diritto d'autore italiano ha bisogno di una riforma drastica: è stato concepito in un'era in cui la distribuzione del sapere aveva un costo ineludibile (la stampa) ed era in mano a pochi per ragioni tecnologiche (non tutti avevano in casa una tipografia o un trasmettitore radio o TV). Ora che chiunque abbia un accesso a Internet e un computer può diventare editore di se stesso, con testi, immagini e video, a costo zero, la legge mostra i suoi limiti d'obsolescenza.
Non sono a favore dell'attuale anarchia, dove tutti copiano tutto: ma credo che sia almeno in parte il risultato di una legge troppo farraginosa e restrittiva. È necessario trovare un nuovo equilibrio, che consenta di evitare punizioni demenziali per chi vuole semplicemente insegnare o esercitare il diritto di critica. Ammende salatissime per aver pubblicato la foto di un quadro o la propria foto di un edificio recente (la cosiddetta "libertà di panorama") sono il miglior incentivo possibile per delegittimare il concetto di diritto d'autore che invece è sacrosanto.
Per molti versi, la legge attuale in effetti favorisce una gestione monopolistica e obsoleta del diritto d'autore tramite un interlocutore unico: la SIAE. E il modo in cui viene ridistribuito l'equo compenso gravante sui supporti vergini è perlomeno discutibile: finisce per essere un Robin Hood alla rovescia, che toglie ai poveri (i cantanti esordienti, magari popolarissimi sul P2P ma fuori dalle classifiche "ufficiali") per dare a chi è già ricco (gli artisti in cima alle classifiche). Per cui occorre un ripensamento drastico, nell'interesse sia degli autori, sia dei fruitori.


W@H: Leggendo il tuo blog sembra però che le attuali proposte di riforma, in Italia come in Svizzera, rischino più di fare danni che di sanare le situazioni attuali. Sono davvero così “pericolose” da richiedere forme di mobilitazione massiccia di noi netizen?

Attivissimo: Sì. Si dice spesso che "affinché il male prevalga, è sufficiente che le persone buone non facciano nulla". Il risultato dell'inerzia della stragrande maggioranza degli utenti di Internet è tangibile: legge Urbani, divieto di elusione dei sistemi anticopia persino per uso personale (backup o format shifting), colpevolizzazione dell'utente onesto, obbligato a comperare prodotti menomati dal DRM. Con costi che alla fine paghiamo direttamente, sotto forma di disagi e limitazioni d'uso di quello che abbiamo acquistato legalmente e sotto forma di maggiori spese, perché implementare il DRM costa.
Senza la mobilitazione degli utenti, che finora hanno trovato più comodo far finta di niente e rischiare nella speranza di non essere beccati, si continuerà su questa strada irta di divieti che alla fine non fanno altro che penalizzare la cultura e ostacolare lo sviluppo del paese, favorendo l'economia sommersa.


W@H: Perché non hai adottato una licenza già esistente, come la GFDL o una delle Creative Commons? Non pensi che una tua scelta esplicita possa favorire la diffusione delle informazioni che pubblichi, e soprattutto che possa far riflettere i tuoi numerosi lettori sul tema sempre attuale della distribuzione libera dei contenuti?

Attivissimo: Quando ho iniziato a scrivere, le licenze Creative Commons erano ancora embrionali e quindi mi sono fatto una licenza su misura che sopperiva ad alcuni limiti delle licenze CC: per esempio la differenziazione fra permesso d'uso online e permesso d'uso cartaceo, per cui concedo a chiunque di duplicare i PDF dei miei libri ma non concedo a un editore di stamparli e venderli.
Alcuni dei nuovi libri che sto scrivendo sono distribuiti sotto licenza CC Attribuzione-Non opere derivate perché non sono vincolati da accordi di esclusiva cartacea con un editore. I filmati[6] di "Misteri da vendere" (un documentario di debunking anticomplottista) sono distribuiti sotto licenza CC, e anche le foto che pubblico[7] su Flickr seguono questa licenza.


W@H: Ancora una domanda sul tuo sito, <<navigabile anche a immagini disattivate ed è volutamente scarno e con pochi effetti speciali per non farvi perdere tempo e denaro, ma soprattutto per renderlo compatibile con qualsiasi browser conforme agli standard, compresi quelli dei telefonini>>: quanto ritieni importante questo aspetto per i siti web in generale?

Attivissimo: Personalmente credo sia vitale per la diffusione capillare del Web nella vita di tutti i giorni. Finché saremo obbligati a sederci a una scrivania e a usare un monitor per consultare la Rete, la conoscenza depositata in Internet non sarà realmente accessibile quando serve davvero. Soltanto quando avremo Internet in tasca, sempre con noi, pronta da consultare (anche per le cose banali, tipo risolvere una discussione a tavola), potremo dire di avere davvero arricchito il mondo tramite la Rete. E l'unico modo per far arrivare Internet nelle tasche è passare dal telefonino: per farlo, occorre ripensare le pagine Web perché siano leggere e leggibili anche su uno schermo piccolo. Vista l'eterogeneità dei dispositivi di consultazione, l'aderenza agli standard diventa indispensabile, sia per chi crea i siti Web, sia per chi crea i dispositivi per sfogliare la Rete.


W@H: Petizioni online: servono a qualcosa?

Attivissimo: A molto poco: innanzi tutto è improprio chiamarle petizioni, anche se lo fanno tutti, perché in realtà non si tratta di raccolte di firme ma soltanto di raccolte di adesioni non autenticate, per cui il loro valore legale è nullo. Possono avere una certa utilità nell'attirare l'attenzione dell'opinione pubblica, ma a mio parere è troppo alto il rischio di generare l'ennesima variante di attivismo in pantofole: invece di fare vere iniziative, ci s'illude che una cliccata su una pagina Web sia sufficiente e ci si mette a posto la coscienza.
L'impegno per una causa non finisce con una cliccata: bisogna darsi da fare, e nell'era di Internet rimane molto più efficace una montagna di lettere di carta recapitata all'indirizzo del bersaglio di una "petizione" che tante mail mandate, troppo facili da cestinare.

(qui la seconda parte dell'intervista)

Note

  1. http://www.youtube.com/watch?v=IXQikj-C1tk , riferimento fornito da Attivissimo.
  2. http://www.channel4.com/news/articles/uk/david+shayler+spook+or+psychic/664847 , riferimento fornito da Attivissimo.
  3. http://www.nineeleven.co.uk/board/viewtopic.php?t=10579 , riferimento fornito da Attivissimo.
  4. http://undicisettembre.blogspot.com/search/label/Zero%20%28video%29
  5. http://www.attivissimo.net/nl/newsletter.htm
  6. http://undicisettembre.dyndns.org/#misteri-da-vendere
  7. http://www.flickr.com/photos/paoloattivissimo/

Collegamenti esterni

 
Wikinotizie
Questa intervista esclusiva riporta notizie di prima mano da parte di uno dei membri di Wikinotizie. Vedi la pagina di discussione per avere maggiori dettagli.